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Emergenza Fame: Il Covid è un problema secondario

30 milioni le persone a rischio

In tempi di Corona virus in Etiopia la fame rimane la prima causa di morte. 
Roberto Rabattoni conosce molto bene questa situazione, nella quale la pandemia da coronavirus è l’ultima aggravante arrivata nel Paese: “ Mai vista una situazione così disperata! Il 2020 è un anno tragico, peggiore rispetto al 1984 che aveva portato a 10 milioni di morti per fame in due mesi. Oggi il numero delle persone a rischio di morte è triplicato”.
L’unica soluzione per fronteggiare questa nuova allarmante calamità è quella di provvedere al più presto alla distribuzione di derrate alimentari di prima necessità. Quotidianamente riceviamo tantissime richieste di aiuto. In questi primi giorni di giugno abbiamo distribuito oltre 50.000 quintali di farina bianca per il pane in alcuni villaggi della regione del Wollayta, ma tantissimi sono ancora i villaggi da approvvigionare, per cercare di rispondere almeno in parte al grido disperato di questa gente.
Non possiamo lasciarli soli proprio ora!
Il cambiamento climatico, che ha come conseguenza scarsità e irregolarità delle piogge, ha compromesso i raccolti e procurato la moria del bestiame. In aggiunta quest’anno anche gli sciami di locuste hanno rovinato tutta l’agricoltura, principale fonte di reddito e di cibo per la popolazione.
Roberto ricorda che nell'omelia della S. Messa del 14 maggio scorso celebrata a Santa Marta, Papa Francesco ha fornito un dato importante: nei primi 4 mesi del 2020 sono morte per fame 4.000.000 di persone. A questi dati tragici, Rabattoni aggiungeIn Etiopia ci sono poi i tantissimi bambini abbandonati ogni giorno nelle campagne da madri disperate che non hanno una goccia di latte per alimentarli, e che se non vengono trovati da qualcuno possono essere sbranati da cani o iene. Nelle statistiche non rientrano neanche i numerosi bambini di strada che vivono di elemosina e di furti e che muoiono di fame senza che nessuno se ne accorga.
Questo disperato quadro è quello della realtà di un Paese dove la povertà continua ad uccidere.
Per quanto concerne il virus, il COVID-19 è in espansione, soprattutto ora con l’arrivo della stagione delle piogge. Il lockdown ed il distanziamento sociale in Etiopia sono molto complicati da praticare. I nuclei familiari non hanno scorte di cibo a casa e la maggioranza delle famiglie vive del guadagno giornaliero che deriva dai lavori saltuari. Rabattoni racconta che “Alla sera dopo il lavoro viene speso quanto si è guadagnato durante il giorno, 80/100 birr che equivalgono a quasi 3 euro, nei mercati notturni che sono di solito situati su dei prati vicino ai centri abitati, per acquistare il cibo da consumare il giorno stesso a tarda sera, l’unico pasto della giornata”.
Rabattoni riferisce ancora: “Nella località di Boditi, che annovera circa 6.000 abitanti, sono stati individuati 1.000 casi di affetti da coronavirus, mentre le fonti ufficiali governative parlano di numeri molto più bassi. Ad oggi chi viene sorpreso per strada senza la mascherina viene punito con l’arresto. E tale divieto impedisce ai capifamiglia di poter andare al lavorare per guadagnare i soldi per sfamare i propri figli, ma mascherine e sapone scarseggiano, qui manca tutto”. Il Centro Aiuti per l’Etiopia ha donato sapone e disinfettante al Governo della Regione del Wollayta che non ha i soldi per acquistarlo mentre continua a ripetere a tutti i cittadini di lavarsi le mani per non ammalarsi, perché il Governo non ha ospedali attrezzati e medicinali per curare le persone.
Per il coronavirus la scienza non ha ancora trovato il vaccino e sta lavorando per questo, ma per la fame non serve il vaccino e non serve che la scienza trovi un rimedio! Ci vuole un Atto di Amore!